Le unioni civili ora sono legge

di Valerio Mezzolani
fonte: gaynews.it
I numeri sono noti: 372 favorevoli, 51 contrari e 99 astenuti. “La Camera approva” alla fine di un pomeriggio che ha visto il governo incassare anche i 369 sì alla fiducia.
Sono arrivati i voti dei verdiniani di Ala e persino i voti di cattolici come Paola Binetti (se ce lo avessero predetto mesi fa ci saremmo messi a ridere), per via delle alleanze di maggioranza e per lo stralcio della stepchild adoption che ha ha fatto seguito, in Senato, alla rottura del patto col M5S che si rifiutò di sostenere il noto “canguro”. Il gruppo dei pentastellati alla Camera, ieri, ha deciso di astenersi.
Una deputata PD come Michela Marzano ha votato sì annunciando l’uscita dal PD in polemica con una legge importante ma “già vecchia”. Deputate berlusconiane come Laura Ravetto o le ex ministre Prestigiacomo e Carfagna hanno assicurato il sì al provvedimento contro le indicazioni del proprio gruppo.
Oggi, il giorno dopo, si sono infine riuniti i deputati contrari alle unioni civili per annunciare la campagna per il referendum abrogativo. Tra gli altri, l’allegra brigata era composta da Eugenia Roccella, Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi di Idea, Maurizio Gasparri e Lucio Malan di Forza Italia, Gian Marco Centinaio e Nicola Molteni della Lega, Francesco Bruni e Lucio Tarquinio dei Conservatori e Riformisti, Fabio Rampelli ed Edmondo Cirielli di Fratelli d’Italia, Gian Luigi Gigli e Mario Sberna di Ds-Cd, Guglielmo Vaccaro di Italia Unica e il presidente della Commissione Lavoro del Senato Maurizio Sacconi.
Matteo Salvini, ha invitato i primi cittadini del Carroccio alla disobedienza: “Sindaci della Lega disobbedite a una legge anticamera delle adozioni gay”. Ma per il premier questo è impossibile: “Non lo può fare nessuno. Nessuno ha il diritto di disapplicare la legge, persino il magistrato si ferma davanti alla legge”. E la candidata della destra a sindaco di Roma, Giorgia Meloni, pur annunciando il suo voto contrario alla legge, gela l’alleato Salvini: “Se dovessi diventare sindaco rispetterò la legge”. La stessa posizione è espressa dal candidato sindaco del centrodestra a Milano, Stefano Parisi: “Io ho sempre detto che bisogna applicare la legge. Un sindaco deve agire senza fare atti dimostrativi. Se c’è una legge bisogna applicarla. Se fossi sindaco di Milano applicherei la legge”. Ma iniziano a giungere notizie di alcune decine di sindaci che chiedono di poter ricorrere all’obiezione di coscienza.
Tralasciando le tristi polemiche di questi mesi e il codazzo di prevedibili polemiche similari, nella giornata di ieri il vero, unico momento da ricordare per il movimento LGBT italiano sarà il momento del voto e il successivo, caloroso applauso dei parlamentari che si sono alzati in piedi e hanno guardato negli occhi i rappresentanti del movimento presenti in tribuna. Un riconoscimento, seppur piccolo, del Parlamento a chi era lì in piccola rappresentanza di un popolo che tanto ha sofferto e lottato, per decenni.
Il sit-in in piazza di Montecitorio, all’annuncio del “sì” è scoppiato in un applauso: la gioia per la vittoria di una battaglia non ha però fatto dimenticare che questo è solo un tardivo e piccolo traguardo, la battaglia riprende. La fontana di Trevi illuminata dalla proiezione di una bandiera arcobaleno, che ha concluso la manifestazione a cui ha partecipato anche la ministra Boschi, è stata la conclusione di un momento di festa meritata.
Non è quello che volevamo, non è quello che meritavamo e lo ha votato persino la Binetti, però è un fatto. Ora la sfida è riprendere la lotta, forti di una nuova coscienza per l’Italia: esistiamo.

Una Svezia inaspettata, non immune da omo e transfobia. Dialogo con E. M. Bergsmark

di Alessandro Paesano e Valerio Mezzolani
fonte Gaynews.it
In occasione della proiezione romana al Nordic Film Fest di Nånting måste gå sönder (“Qualcosa deve spezzarsi”, titolo in inglese: Something must break; Svezia, 2014) di Ester Martin Bergsmark abbiamo incontrato Ester Martin che ci ha concesso un’intervista nella quale abbiamo spaziato ben oltre gli argomenti trattati nel film, che racconta la storia d’amore tra l’androgino Sebastian (Saga Becker) e Andreas (Iggy Malmborg).
Una storia d’amore e di crescita della consapevolezza di sé. Sebastian impara a non vergognarsi di far trasparire Ellie, il suo lato femminile, mentre Andreas non si considera gay e non riesce ad avere un rapportorto sereno con Sebastian/Ellie.
Una Svezia, quella che fa da sfondo alle avventure dei personaggi, che ribalta il pregiudizio positivo che generalmente si ha sui paesi scandinavi: puliti, egualitari, socialmente inclusivi. Invece questo film, come i libri best seller di Stieg Larsson hanno aperto a milioni di lettori l’immagine di una Stoccolma dove esistono delinquenti, corrotti e assassini, ci introduce in una visione dall’interno del paese nordico che al di là dei boschi e della natura incontaminata nasconde ancora emarginazione omofobia e transfobia.
 
Alessandro Paesano Com’è nata l’idea di girare il film con quella storia e quei personaggi?
Ester Martin Bergsmark: Forse non me lo ricordo più… Io ed Eli [Eli Levén autrice transgender del romanzo cui il film si è ispirato e co-sceneggiatrice insieme a Ester Martin] ci siamo conosciuti quando lui aveva 17 anni e io qualcosa di meno.
Qualche anno dopo, mentre avevamo un flirt, mi ha mostrato i primi estratti di Tu sei le radici che dormono ai miei piedi e mantengono il terreno solido, il romanzo che stava scrivendo. Mentre leggevo quegli estratti mi sono venute alla mente così tante immagini che l’idea di farne un film è stata naturale.
Eli ha scelto il nome di Sebastian per il personaggio principale del film riferendosi anche a san Sebastiano. Mentre era depresso vide un cartone animato giapponese nel quale c’era qualcuno che scopriva una immagine del santo martire, che venne  a visitare i sogni di Eli e lo spinsero a scrivere il suo romanzo.
Sebastian deve il suo nome anche al fatto che a san Sebastiano sono state scoccate delle frecce ma è quello che succede anche nei film, quando riprendi le persone tu spari loro [in inglese i verbi sparare e riprendere sono espressi dalla stessa parola].
Quando san Sebastiano viene colpito dalle frecce va in estasi, proprio come il mio personaggio Sebastian che quando fa sesso  va con la testa indietro, e nello scarto tra piacere e dolore trova la propria conoscenza.
Non conosco la parola in inglese… è una forma di sottomissione ma non come abbandono o come arresa piuttosto come sicurezza nell’affidarsi…
Valerio Mezzolani  Vuoi dire quando ti piace il sesso masochista?
E. M. B.: Sì, non saprei. Il film parla del piacere e di amare se stessi e invece di interiorizzare la vergogna per la tua femminilità la mostri per quella che è. Il film parla di questo dell’essere un ragazzo effeminato e di viverlo alla luce del sole…
V. M. Nella scena di pissing [girata al ralenti], c’è un riferimento alla mitologia greca? A Danae? Quando Zeus per fare l’amore con lei si trasforma in una pioggia dorata e le piove indosso…
E. M. B. No non ho pensato a Danae in quella scena… Ma che succede poi a Danae?
V. M. Rimane incinta di Perseo.
Una scena di sesso nel film
A. P. A proposito di sesso, ho apprezzato particolarmente il fatto che Sebastian la prima volta che va a letto con Andreas è lui a prendere l’iniziativa e decidere cosa fare e come farlo e, anche, decide di non fare del sesso penetrativo ma stimola l’ano di Andreas prima con la lingua e poi con le dita per fargli raggiungere l’orgasmo. E’ interessante che all’atteggiamento effeminato non corrisponda il ruolo di genere di persona remissiva.
E. M. B. Questo perché Sebastian ha una precisa agentività [consapevolezza corporea] riguardo alla propria sessualità. Così rispetto ai ruoli di genere Sebastian può anche essere effeminato ma nella “città della perversione” è libera di essere quello che vuole e proprio quando esprime quello che la società le fa vivere con vergogna proprio là può trovare la sua forza e trasformarsi in qualche modo.
V. M. Sempre nella scena del pissing ti sei riferito in qualche modo allo spot del profumo Lancome La Vie Est Belle dove Julia Roberts spezza i fili che tengono costretti i polsi degli avventori e avventrici di un party? Proprio come il filo di urina nella scena del tuo film?
E. M. B. No non c’era riferimento a quello spot ma piuttosto a tutti quegli spot che pubblicizzano l’acqua e mostrano donne che si bagnano il corpo con dei getti d’acqua. mi sono riferito più a quell’immaginario pubblicitario lì.
A. P. Nella scena del pissing ho avuto l’impressione che si stesse recitando una benedizione, che Sebastian\Ellie mentre riceveva il getto di urina pensasse “ora sono pulita, la mia anima è pura”.
E. M. B. Sì, il film parla anche di sesso ma non lo fa in maniera morbosa o negativa. Per me è importante mostrare che il sesso, per esempio quando Sebastian fa una fellatio a un ragazzo rimorchiato in un club, non è né qualcosa di negativo né qualcosa di positivo ma semplicemente una parte della tua vita. Così in quella scena mentre fa la fellatio, a Sebastian viene in mente Andreas non in termini sessuali ma perché lo ama. Il sesso può avere molti significati può essere tante cose.
A. P. Le scene di sesso nel tuo film non sono mai mostrate né vissute dai personaggi come momenti negativi o di disperazione o come momenti di umiliazione.
Nel tuo film il sesso è sempre libero positivo e non mette mai in pericolo chi lo fa.
Questa visione libera del sesso deriva dalla cultura del tuo paese, la Svezia, o anche in Svezia il sesso non è così libero come è mostrato nel tuo film?
E. M. B. In Svezia il sesso non è affatto libero. Anche per questo ho voluto fare il mio film.
A. P. Come mai?
E. M. B. Perché non lo sarà mai.
A. P. Credo che nella farti questa domanda sono stato influenzato dal pregiudizio positivo riguardo la Svezia vista come un paese libero e avanti rispetto l’Italia.
E. M. B. Questa visione che si ha della Svezia di un paese dove c’è libertà sessuale, uguaglianza sociale, è molto forte anche in patria e non ci rendiamo conto che invece non è esattamente così. Me ne sono reso conto quando ho vissuto per qualche anno a Berlino. Lì per strada vedi tranquillamente ragazzi e ragazze che stanno insieme mentre non è così in Svezia. Gli spazi pubblici in Svezia sono molto etero, c’è l’idea che tutto è permesso ma non per strada, non in pubblico.
Anche se la Svezia non ha fatto la seconda guerra mondiale abbiamo venduto acciaio ai nazisti e ci abbiamo fatto anche un sacco di soldi. E anche dopo la guerra, visto che avevamo ancora tutte le fabbriche intatte, abbiamo contribuito alla ricostruzione della Germania.
Dopo la guerra la Svezia ha cercato di presentarsi come un paese aperto e libero per evitare la nomea di nazione collaborazionista.
E’ per questo che abbiamo iniziato a mandare nel mondo questa immagine di paese libero che perdura ancora oggi.
Una immagine che ha un potere immenso.
E che la Svezia sia presentata da questa immagine tutto sommato falsa mi crea anche un altro problema. Le persone transgender come Sebastian nel film non sono davvero incluse nella parità sociale che la Svezia pretende di avere.
A. P. Tornando al film, ho molto apprezzato la maniera con cui hai diretto gli attori e le attrici nel tuo film. Qual è il tuo approccio?
E. M. B. Ho iniziato facendo documentari dove è molto importante costruire la fiducia con le persone che vai a intervistare così ho seguito lo stesso approccio anche per questo film.
Non ho fatto prove per esempio. Per le scene di sesso ci siamo incontrati due mesi prima di girare, i due attori hanno espresso quello che li avrebbe fatti sentire più a loro agio. Così una volta conosciuti i loro limiti per me è stato facile durante le riprese sedere dietro il letto e sussurrare “fai questro, fai quello”, perché conoscevo i loro limiti.
Saga Becker, l’attore che interpreta Sebastian, ha portato diverse immagini prese da Tumblr [un social network dedicato alla fotografia] di cosa per lei è sexy e così abbiamo costruito le scene di sesso anche facendo riferimento a quelle immagini.
Anche se non faccio delle prove dove dico agli attori cosa fare, metto gli attori in condizione di fare quel lavoro per me. E così loro si sentono, e sono, una parte del processo.
Questo mi sembra un modo molto bello di lavorare.
Loro non si aspettano da me di sentirsi dire cosa devono fare io; sono più una persona che ascolta e poi dice: “Ok questo mi è piaciuto, rifallo”.
A. P. Non si rischia così che l’attore prenda la mano alla regia?
E. M. B. No se tu fai delle cene e colazioni con gli attori e le attrici e discuti con loro delle scene girate e di quelle da girare.
regista e attore protagonista
A. P. Nelle riprese hai usato spesso la m.d.p. a mano e ho amato il modo in cui l’hai usata. Parlamene un po’.
E. M. B. Nel film ho usato molto la m.d.p. a mano perché volevo restituire il fatto che l’amore è qualcosa di poco stabile e, anche, che la percezione del tempo cambia. Quel tipo di ripresa dà una buona energia alle scene.
A. P. Nel processo creativo del film gli attori e le attrici hanno contribuito alla costruzione della storia o durante le riprese ti sei limitato a seguire quello che era previsto dalla sceneggiatura?  
E. M. B. Per seguire la sceneggiatura l’ho seguita sì, però la sceneggiatura era abbastanza aperta. Abbiamo girato il film in due riprese. La maggior parte delle scene nel 2011 ma quasi due anni dopo abbiamo girato altre scene. Abbiamo visto quel che mancava e abbiamo deciso di aggiungere altre scene. La distanza temporale è stata di quasi due anni non per scelta ma perché nel frattempo stavo girando un altro film, altrimenti avremmo aspettato solo alcuni mesi.
E’ un modo di girare che mi piace molto e che ho imparato a fare girando documentari. Con il film ce lo siamo potuti permettere perché si trattava di un film a basso budget altrimenti avremmo avuto un numero predisposto di settimane di ripresa e finite quelle era finito il film.
A. P. Comunque non sembra affatto un film a basso budget.
E. M. B. Beh, le scene girate al rallentatore quelle non sono economiche. Le ho fatte impiegando una m.d.p. speciale sviluppata dagli americani per studiare le dinamiche dei proiettili girando migliaia di fotogrammi al secondo e poi riproiettati a 25 fotogrammi al secondo per cui le immagini che ne risultano sono davvero lente. E questo ci riporta come dicevo prima alle connessioni tra girare un film e sparare.
A. P. La platea che ieri sera ha visto il film alla proiezione del Nordic Film Fest era composta prevalentemente da persone etero. Sono rimasto positivamente sorpreso dal fatto che la reazione al film e alle scene di sesso non sia stata  di meraviglia, imbarazzo o fastidio.
Il film è stato visto in assoluto silenzio senza rumoreggiare senza cambiamento di posizione nella poltrona che di solito tradisce imbarazzo o disappunto.
Vedendo il tuo film non sono stati messi di fronte una storia o delle dinamiche che trovavano dal loro punto di vista incomprensibili o strane.
E. M. B. Questo perché la gente normalmente si innamora come i protagonisti del mio film.
A. P. Per quale pubblico hai pensato questo film?
E. M. B. Credo che sia importante parlare su diversi livelli. Il mio è un film che parla di amore e di sesso. Quello che credo lo renda interessante è che è differente di altri film a tematica omosessuale  che sono fatti per un pubblico etero e non per quello omosessuale e che partono dal desiderio di affermare anche noi siamo normali  che è uno strano modo di mostrare che si è normali se si sente la necessità di dimostrarlo se capisci cosa intendo dire.
Nel mio film invece racconto di una storia d’amore senza preoccuparmi di dimostrare niente ma concentrandomi sui personaggi i loro sentimenti e il sesso che fanno.
E il sesso e i sentimenti sono uguali per tutte le persone.
Se pensi a un pubblico etero rischi di censurarti e di sciacquare i “panni” della sceneggiatura nell’”Arno” dell’eterosessualità [straightwashing].
Io ho evitato di farlo. E’ molto più difficile spiegarlo che farlo, per farlo devi avere una capacità di bilanciare l’inclusività evitando di essere assimilati all’eteronormatività.
A. P. Sai che il film è stato presentato al Nordic Film Fest come film “adatto a un pubblico adulto”?.
E. M. B. Non vedo il perché.

A. P. Infatti… Cosa ne pensi del fatto che i film come il tuo vengano catalogati come film a tematica omosessuale e programmati nei festival queer o gay?
E. M. B. Dipende dal contesto. Sono stato col film in Russia e lì che il film sia stato presentato in questo modo o sia stato programmato in un festival di cinema omosessuale fa bene alla popolazione russa che ha bisogno di visibilità per costruire il rispetto delle persone queer.
V. M. Ti hanno arrestato?  
E. M. B. E’ molto importante per loro avere degli ospiti internazionali. E’ importante per la sicurezza delle persone omosessuali che vivono lì. Fa bene nella costruzione della comunità omosessuale ed è positivo essere presenti nella società. Alcuni festival di film a tematica omosessuale ci sono solo perché c’è un mercato ma dall’altra parte ci sono importanti film festival che vantano una lunga tradizione e che sono mossi da motivi più politici. Credo perciò sia importante avere dei festival queer anche in Italia per molte ragioni e che, in generale, dipenda dai contesti.
V. M. Hai notato reazioni differenti in pubblici di nazioni differenti?
E. M. B. Non molto a dire il vero. Forse il pubblico svedese ha ritenuto il film un po’ bizzarro, forse perché ritrae qualcosa che esula dalla percezione che le persone in Svezia hanno di sé. Mentre nel resto d’Europa la gente pensa “toh guarda, sono persone come le altre”.

V.M. In effetti la scena del bagno nella fogna a cielo aperto, circondati di sacchi di spazzatura e copertoni è qualcosa che nessuno di noi “meridionali” si aspetta di trovare in Svezia. E’ un po’ la scoperta di un nord diverso da quello da cartolina.
la scena del bagno
A.P. La prossima domanda è personale, se la trovi sciocca puoi dirlo.
Perché alla fine del film Sebastian rompe con Andreas proprio quando è riuscito a fargli confessare che lo ama?  Quella scelta mi ha spezzato il cuore.
E. M. B. Il finale ha diviso l’audience a metà. C’è chi dice: “Bravo! Ha fatto bene! Ora Sebastian può essere felice”, perché Andreas era solo una spina nel fianco e l’altra metà che è rimasta dispiaciuta come te. E tu (rivolto a Valerio)? Cosa avresti preferito?
V. M. Anche io avrei preferito che fossero rimasti insieme perché credo che abbiamo bisogno di più lieti fine.
E. M. B. Ma non è un finale triste. E’ triste finire una storia ma se non funziona non funziona. Sebastian ne esce cresciuta, rafforzata.
A. P. Esatto, mentre Andreas viene lasciato a metà. Mi chiedo cosa ne sia di lui. Se è pronto a fare un salto di qualità o a rimanere là dove è (e dove credo rimarrà anche se il film non ce lo dice). Sarà che io ho la predisposizione ad assistere chi ha bisogno di aiuto.
E. M. B. Vuoi che ti mandi Andreas? Vuoi prendertene cura?
A. P. Esatto! Così lo abbraccio e gli dico: “Dai su poverino non preoccuparti, va tutto bene, sei etero non gay…”. I tuoi personaggi sono veri ed è facile affezionarsi.
V. M. Che fine ha fatto Lea [Shima Niavarani], l’amica lesbica di Sebastian?
E. M. B. Scompare dal film. Perché? [La domanda resta aperta].
V. M. In Svezia ci sono differenze su come vengono considerati i gay e le lesbiche?
In Italia per esempio la comunità lesbica è generalmente meno visibile.
E. M. B. Non saprei, mi sembra un po’ una generalizzazione.
A. P. Diciamo che in Italia gay e lesbiche hanno percorsi, anche politici, separati.
E. M. B. Ecco questo no, non ci sono divisioni così nette tra gay e lesbiche.
A. P. In Italia c’è anche una certa malcelata misoginia da parte dei ragazzi gay.
E. M. B. Certo, fa parte di quella volontà di sembrare maschili come gli etero e di vergognarsi della propria effeminatezza. Però non lo so, anche questa mi pare una generalizzazione.
Credo che la popolazione queer sia composta da uno spettro ben più grande di quello della popolazione etero. Per cui non saprei.
A. P. Prima mi dicevi che stai lavorando a un nuovo progetto, parlacene se credi.
E. M. B. Sì, è un cortometraggio e il titolo internazionale credo sarà Swedish Candy (t.l. Caramella svedese) e parla di gatti, caramelle e violenza. Violenza e carineria.
A. P. Che opinione c’è in Svezia riguardo la qualità della vita delle persone queer qui in Italia?
E. M. B. Non lo so. Faccio solo film…
A. P. Venendo in Italia cosa ti aspettavi di trovare?
E. M. B. Non saprei, mi piace l’Italia. Sono stato già in Sicilia, a Venezia a Bergamo e in altre città del nord.
V. M. Il tuo film è girato con un registro realistico. E’ un tuo stile spontaneo o è qualcosa che hai appreso?
E. M. B. Realismo? Sì questo film l’ho girato così ma nel mio film precedente ho girato con un altro stile.
Credo che il realismo sia solo un altro genere cinematografico e che i film realistici escludano alcune parti del mondo.
Credo che anche un genere meno spontaneo o percepito come meno realistico come il melodramma abbia molto da dire sui rapporti umani. Lo scarto tra lo stile realistico e la realtà è nella verità che puoi raggiungere nel film con diversi stili o generi cinematografici.
Per me lo stile realistico è una strategia narrativa per dire delle cose in maniera vera ma altrettanto vero può essere un genere meno realistico.
Sebastian e Andreas
V. M. Il realismo per qualcuno non è arte.
E. M. B. No, affatto. Il realismo è arte ma è solo una delle forme d’arte.
Credo che il realismo non garantisca di per sé la verità e che la verità possa essere raggiunta anche con altri stili e generi cinematografici.
Credo che il melodramma possa in certi casi essere più vicino alla realtà di un registro realistico perché se una persona ha un’anima grande per essere rappresentata, raccontata pienamente ha bisogno di altri stili narrativi.
A. P. Cosa ha fatto Saga Becker dopo il tuo film?
E. M. B. Beh, era il suo film d’esordio per il quale ha vinto il premio Guldbagge, gli Oscar svedesi, come migliore attrice protagonista.
Adesso è famosa in Svezia e presenta molte serate di gala. Spera di fare altri film, per il momento è ancora in attesa e sta facendo pressione all’industria cinematografica svedese per dare più ruoli alle attrici transgender.

Sabato 30 aprile a Open si parla di Bisessualità

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Per il prossimo OPEN l’evento
quindicinale di Anddos-Gaynet Roma, nel quale la nostra associazione si apre alla città per conoscerci e incontrarci, tra un aperitivo e due chiacchiere informali, il tema che proponiamo è

Bisessualità: mito o realtà?

Perchè la bisessualità è vista con diffidenza tantonel movimento che tra le persone eterosessuali? Vieni a parlarne con noi!

Ci vediamo Sabato 30 Aprile dalle 17 alle 19 in Via Costantino 82 (Metro B, Basilica San Paolo)

L’ingresso è riservato ai soci e alle socie

info@anddos-gaynet-roma-org

cell. 327 3264024

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LETTERA AD UNA MAMMA COME TANTE

“Sono state le lotte del femminismo del secolo scorso a costringere la società a ripensare la maternità, fino a definire madre solo quella che accetta di esserlo, trasformando in scelta individuale ciò che era un destino collettivo”.

Cara mamma,
AAAAAABBBBBti scrivo questa lettera perché voglio dirti qualcosa di importante. È difficile, come figlio, affrontare queste tematiche con te perché, da qualche parte dentro di me, sono ancora convinto che il mondo l’abbia fatto tu.
Eppure, crescendo, questo mondo mi ha messo di fronte a delle prove dure da superare, ma non ho mai sentito che il tuo sostegno stesse venendo meno. Parlo di mondo per non parlare di vita, ma forse sarebbe più corretto chiamarlo società, o persone o sistemi di pensiero: insomma, altri esseri umani come noi che ho sempre creduto essere uguali a me, specialmente per quanto riguarda il rispetto e la disponibilità reciproca.
Mio malgrado, ho scoperto invece che le persone non sempre sono aperte e amichevoli, anzi sanno essere spregevoli e ferire nell’identità e nell’intimità.

Ti scrivo per parlarti della paura, quella paura che dentro di me non fa che rendermi simile a chi, mosso da questo sentimento, non si rende conto del male che può fare.
Anche io la sento, così come percepisco quel disagio che umanamente e naturalmente nasce quando mi trovo di fronte a qualcosa di sconosciuto. Tuttavia, dentro di me ricordo anche ciò che mi hai insegnato con la tua storia e che ho imparato con l’esperienza, ovvero che la diversità non è che una fonte di arricchimento potenziale e sostanziale.

Cara mamma, mi ritrovo oggi ad affrontare qualcosa che mi spaventa: la mancanza di dialogo.
Non riesco a trovare un punto di contatto con chi la pensa diversamente da me, quando basterebbe ricordarsi che non siamo affatto così distanti gli uni dalle altre come possa sembrare.
Io vedo solo mamme, papà e figli e figlie e soprattutto vedo delle famiglie, ognuna con la sua specificità, la stessa che vuole essere negata a noi.
Come spesso mi accade, adesso che anche io inizio a muovere i primi timidi passi in questa vita, ammetto che a volte mi tremano le gambe, come quando da bambino piangevo perché dovevo separarmi da te e dalla mamma per andare a scuola.

Così ora, avverto il bisogno di guardarmi indietro, vedere il tuo volto sereno e fiducioso e sentire la solidità della mia identità, che nel nostro amore trova la sua base più salda e sicura.
Sì, perché in questo sei stata una madre eccezionale: mi hai dato un senso e soprattutto non mi hai dato per scontato. Hai lottato per me, per avermi e per far sì che chiunque vedesse chiaramente ciò che sono già incontrovertibilmente: tuo figlio.
Ti sei imposta e hai portato avanti un’esistenza che rispecchia la lotta e la vita di tante donne prima di te, le quali hanno affermato il diritto di scegliere per loro stesse una direzione che non fosse pre-impostata, cioè quella di essere solamente mogli e madri.
Qualcosa che oggi, almeno a molte persone, risulta ovvio.
Essere donna non significa essere madre, o almeno non necessariamente: tu hai scelto di esserlo, hai desiderato di esserlo, così come hai desiderato me e di questo non posso che ringraziarti.
Oggi però ti ringrazio ancora di più per avermi dato la possibilità di vedere e di capire la dignità e la forza di chi invece alza la testa e grida con orgoglio di non voler avere il tuo stesso percorso e, soprattutto, di non voler diventare mamma.
Ma cosa significa davvero essere madre?
Forse mettere al mondo un figlio con il proprio corpo di donna?
Ovviamente non posso che dissentire se penso a te, alla nostra famiglia e al momento in cui tu e la mamma decideste di concepirmi.
Generare e partorire un bambino o una bambina non conferisce automaticamente lo statuto di madre, o quanto meno di mamma.
Tu non mi hai partorito, eppure sei la mia mamma. E sai cosa c’è? Oggi voglio essere io quello che grida: voglio gridare al mondo la preziosità del tuo dono così generoso, perché è grazie a te che posso affermare la mia sicurezza ontologica.

Questa è la maternità, questo è essere mamma: accogliere tra le proprie braccia l’esistenza dell’altro da sé e riuscire a darle una direzione, riuscire a comunicare all’altro la forza dell’amore che ti ha voluto e ti vuole su questo mondo, come individuo forte e indipendente, forse prima ancora che come figlio o figlia tua.
Se “sono”, lo devo anche a te perché ho sempre sentito di essere il frutto del tuo desiderio: ed ora, eccomi qui a parlare con gli altisonanti paroloni del giovane uomo che sono diventato.

AAAAACara mamma, adesso voglio parlare anche con te, avendoti lasciata un po’ in disparte finora.
In realtà, non penso di doverti dire molto: tu mi hai dato tutto questo e altro ancora.
Mi hai insegnato che il mondo in cui viviamo è fatto di regole, di strutture e di funzioni.
Mi hai sempre detto che la concretezza è alla base della vita: mi hai trasmesso il valore e l’importanza della realizzazione personale, in quanto dispiegamento delle mie potenzialità, il significato del denaro come mezzo di sostentamento e la solidità di una professione che potesse rendermi felice e completo.
Mi hai dimostrato quanto coraggio sia necessario per alzarsi ogni giorno e rivendicare il diritto di essere madre ma anche una professionista, a quanta forza hai dovuto ricorrere quando hai deciso di mettermi al mondo insieme alla tua compagna e rischiare di perdere il tuo posto, che ti definisce in modo così determinante.

Prima non capivo tutto questo: anzi, non ti vedevo affatto diversa da qualsiasi altra mamma, perché mi hai partorito e mi hai cresciuto con cura e determinazione.
Ma evidentemente questo ancora non basta per essere trattata come tutte le altre, perché hai voluto di più: volevi essere madre e portare avanti il tuo lavoro. E ci sei riuscita.
Hai dimostrato che essere donna non ti rende diversa da un uomo qualsiasi e che, per esercitare ciò che tradizionalmente viene definito paternità, è necessario essere semplicemente una persona matura e assertiva, quale tu sei.
Care mamme, oggi vi scrivo e vi prendo per mano ancora una volta perché quelle mani mi hanno trasformato nel ragazzo che sono oggi.
Se guardo i muri delle mie pareti, vedo incorniciati i momenti meravigliosi di un’infanzia felice, che mi ha visto crescere insieme all’amore che nutrite l’una per l’altra e per me.
Grazie a voi ho sperimentato e mi porto dentro la resilienza di chi ha avuto l’affetto di due donne amorevoli e la sicurezza della loro vicinanza, la flessibilità e la dinamicità di chi non ha paura di vivere perché gli è stato insegnato quanto la vita sia bella e ricca.
Grazie a voi sono nato nel futuro e ho delle certezze che ancora socialmente mancano: mi avete dimostrato che la gravidanza non è sinonimo di maternità, così come la paternità non è legata inscindibilmente al sesso maschile, ma definisce una proprietà psicoemotiva che a voi non è mai mancata e che mi avete trasmesso.

Ma soprattutto grazie a voi ho avuto anche delle mamme come tante, che hanno vissuto apertamente le difficoltà e i problemi che l’essere genitori comporta quando ci si prende cura di un figlio, un figlio come tanti quale sono e mi vedo.
E oggi sono anche un ragazzo come tanti, legato profondamente a voi, seppur con la sua energia e la sua voglia di spiccare il volo, di bruciare le tappe e, chissà, magari farsi male: l’importante è che, con voi accanto, io non ho paura.
Care mamme, oggi vi prendo per mano e dimostro a chi non vuole vederci l’autenticità e l’umanità dei vostri sentimenti e del nostro legame. Care mamme, oggi sono qui a testimoniare che insieme siamo quel nucleo così complesso, ma anche basilare di cui tutti parlano.
Care mamme, siamo una famiglia, da sempre e per sempre.

                                                                                                  

  Christopher Pacioni