Giornata della visibilità lesbica

Il 26 Aprile è la Giornata della visibilità lesbica, giornata importante per la visibilità e per ricordare il fatto che il lesbismo ha avuto una storia differente rispetto all’omosessualità maschile e ha anche una differente carica simbolica.

A cominciare dalla parola Lesbica, così poco pronunciata – Edda Billi dice che già alla seconda  sillaba ti rimane in bocca e non riesci a finirla di dire – e che spesso, ahiloro, non piace alle stesse lesbiche.

Eppure lesbica rappresenta uno di quei percorsi politici di riappropriazione di una parola nata come insulto, che è stata impiegata in senso identitario e positivo.

La visibilità lesbica ha la sua importanza perché le lesbiche, come tutte le altre donne, nell’eterosistema patriarcale (e anche in certo immaginario erotico) sono viste in funzione degli uomini.

D’altronde, come cosa di donne, il lesbismo è sempre stato poco considerato dal patriarcato, scarsamente considerato a livello filosofico e culturale, come nel caso dell’Antica Grecia (dove si dava esclusiva importanza simbolica ai rapporti omosessuali maschili, in prevalenza pederastici) o era oggetto di scherno, come si vede in Giovenale e in altri esempi nell’Impero Romano (dove anche l’omosessualità maschile doveva seguire determinate regole).

Persino nei campi di concentramento nazisti le lesbiche non vengono annoverate tra le persone omosessuali (per cui i triangoli rosa vanno esclusivamente agli uomini), ma come persone asociali, cui vanno i triangoli neri, perché per il nazismo mentre un maschio omosessuale era traditore della patria e della maschilità una donna, anche se lesbica, poteva sempre rimanere incinta e quindi dare figli alla patria…

E ancora oggi se due ragazzi  vanno al bagno insieme danno più nell’occhio che se lo fanno due ragazze…

Per questo l’importanza della visibilità lesbica va oltre l’orientamento sessuale della singola donna, per abbracciare una sororanza nella quale le donne si riconoscono come donne grazie al rapporto con altre donne e non più in funzione o ad uso del maschio. Edda Billi usa, in questo senso, il termine lesbicità. 

La visibilità è il sancire l’esistenza, è sottolineare la dignità d’essere di qualcosa che è più facilmente oppressa se rimane nascosta.
Le femministe lesbiche, dicendo che il personale è politico a chi relegava l’essere lesbica all’ambito prettamente privato, hanno sancito l’importanza della visibilità non solo femminile ma lesbica, smontando l’idea della donna funzionale all’uomo, sottraendo il termine lesbica dall’accezione negativa a cui era relegato.

Bisogna anche ricordare sempre che l’accusa di ostentazione, con cui si vuole ridimensionare il portato politico della visibilità omosessuale, femminile quanto maschile, è negli occhi di chi guarda, di chi considera ostentazione, per esempio, anche solo un bacio dato in pubblico tra due ragazze e non quello tra un ragazzo e una ragazza. Se il primo dà più nell’occhio del secondo è proprio perché lo si vede di meno ed ecco che la visibilità si fa strumento di autoemancipazione e di liberazione per chiunque voglia sottrarsi all’eterosessismo.

Zonetti (affaritaliani.it) su l’Ad Rai Salini: quando l’informazione disinforma (e fa politica).

Sul caso di Fabrizio Salini, attuale Ad della tv di stato, che ha chiuso Rai Movie e Rai Premium per sostituirli con due canali declinati al maschile e al femminile, di cui abbiamo già avuto modo di parlare su gaiaitalia ,  sono arrivate le spiegazioni, non richieste, di Marco Zonetti su affaritaliani.it

Zonetti ci evince giustificando l’idea paleolitica  (sono parole de il Giornale) di targettizzare al maschile e al femminile i due canali Rai come 

una precisa strategia di marketing (…)  tesa a fidelizzare i telespettatori secondo gusti e attitudini, pianificando così più efficacemente la vendita degli spazi pubblicitari e massimizzando di conseguenza i derivanti introiti.

E continua:

Targetizzare un intero canale, insomma, agevola la vendita degli spazi pubblicitari e stimola gli sponsor a investire con maggiore entusiasmo. Del resto, sin dalla fine di Carosello, i programmi Rai vivono degli inserti pubblicitari che variano da fascia a fascia, per tipologia di programma e per target di riferimento. Non stiamo dicendo nulla di trascendentale, né di reazionario, anzi esattamente l’opposto. Piaccia o no, è il mercato, bellezza

In realtà Zonetti ci spiega, con toni machisti, solamente la necessità capitalista della targettizzazione senza spiegarci l’efficacia, o la necessità, di quella specifica targettizzazione. 

Infatti quando dice: 

(…) un canale che trasmetta film di azione o di guerra sarà poco appetibile per un’azienda di abbigliamento femminile, che invece preferirà investire in un canale che trasmetta commedie sentimentali o soap operas [sic!]*

…non ce ne spiega il perché ma dà per scontato che sia così e basta.

E’ la resilienza di ogni luogo comune, stereotipo, o, nel caso specifico, ruolo di genere.

Non importa quanto sia vero importa che è così.

Zonetti è pure disposto ad ammettere che 

(…) esistono ovviamente uomini che preferiscono le commedie sentimentali ai film di guerra, e viceversa donne appassionate di boxe maschile.

Però queste per lui restano Eccezioni che confermano comunque la regola (il neretto è nel testo).

Quel che Zonetti non vuole proprio capire è che se ci sono eccezioni alla regola vuol dire che quella regola non individua tutte le persone come pretende di fare e dunque non raggiunge tutti i e tutte le potenziali clienti. 

Quindi forse non è così efficace da un punto di vista economico.

Già, l’economia.

Il Giornale aveva già chiaramente analizzato da un punto di vista economico la scelta di Salini.

Numeri alla mano, si tratterebbe di un autentico suicidio: RaiMovie nel 2018 ha ottenuto una media dell’1,24% di share in prima serata, e RaiPremium dell’1,18%. Mentre il nuovo canale – secondo le stime degli addetti ai lavori – difficilmente supererà l’1%. Non solo. Secondo indiscrezioni, RaiMovie e RaiPremium costano insieme, in tutto, circa un milione all’anno (meno di una serata del festival di Sanremo) a fronte di una trentina di milioni di incassi pubblicitari (la fonte è interna).

E per fortuna che Zonetti spaccia i suoi pregiudizi per analisi tecnica!

Ma ammesso e non concesso che la decisione di Salini serva davvero a portare più soldi alle casse della Rai sfugge a Zonetti che la Rai non è un’impresa privata e che prima e al di là del profitto ha anche un fine pubblico, cioè una proposta culturale, educativa, formativa.

Nello specifico Rai Movie  ottemperava all’obbligo per legge di programmare il 28% almeno di film italiani, e proponeva una offerta culturale che dava in chiaro e gratuitamente (al netto del canone) una programmazione di film di altissimo livello.
Proponeva cioè un modello culturale libero e gratuito all’interno del mercato misto.  

D’altronde ogni idea di mercato (e non ce ne è solamente una)  come insegna la sociologia porta con sé una visione del mondo e delle relazioni economiche, sociali e culturali tra le persone.

E’ questo quello che in questa vicenda si critica.

Zonetti  invece di avere il coraggio delle proprie opinioni e ammettere che per lui le donne sono più propense a guardare film romantici degli uomini per natura e non per cultura e che questo modello interpretativo (perché di questo si tratta) gli sta bene, si  trincera dietro la presunta neutralità di una analisi tecnica in verità superficiale e fallace.

Libero di pensarlo e di dirlo ma non può  pretendere che sia così e solamente così in base a (inesistenti) argomentazioni tecniche.

Liberi noi di criticare una suddivisione tra gusti maschili e gusti femminili che, lungi dal descrivere qualcosa che esiste davvero, serve solamente a organizzare a posteriori il mercato e a legittimare discriminazioni basate sul sesso pretendendo siano naturali e non politiche (nel senso di vita nella polis, nel tessuto sociale).

Perché magari gli uomini guardano di più i film di guerra delle donne  non per un gusto innato ma perché è il mercato che educa in quella direzione.

Ecco, la funzione pubblica sta proprio nel fornire agli uomini e alle donne degli strumenti critici per non lasciare al mercato la loro educazione.

Perché il mercato cresce consumatori e consumatrici  mentre lo Stato cresce cittadini e cittadine.
E ignorare gli effetti deleteri che le leggi di mercato hanno sulle persone  è  una visione pericolosa e anti democratica.

Proprio come certi articoli scritti da chi crede di avere la verità in tasca e invece non ha capito niente.

Bellezza. 

 

* Nella lingua italiana i barbarismi (cioè le parole straniere permanentemente importate nel lessico) restano invariate anche al plurale e non seguono certo le regole di pluralizzazione della lingua di provenienza.  Così si dice i film, i computer, le soap opera e non i films, i computers, le soap operas.

Platinette e il si stava meglio quando si stava peggio

Nell’intervista di Rai Radio 2 di cui è stato protagonista, Mauro Coruzzi, alias Platinette, parla anche di omofobia, dicendo che la modernità, con la sua voglia di  ostentare e raccontare, ha peggiorato le cose a differenza del passato, quando si salvavano le apparenze. Ha poi detto anche  che non c’è qualcuno che ogni notte punta ad ammazzare gay, lesbiche e omosessuali (intendendo forse bisessuali e persone trans) pur essendoci qualche cretino, e che preferiva quel tipo di borghesia che ammetteva tutto e non diceva niente. Quel tipo di società borghese, dove chiunque faceva ciò che voleva, ma almeno la facciata era rispettata.

L’idea (sic) che la colpa della violenza omo-bi-transnegativa sia da imputare alle persone della comunità LGBT+ che ostentano è la stessa che  incolpa le ragazze che perché indossano  minigonne o altri abiti ritenuti succinti se la sono cercata.

La colpa di chi ostenta sarebbe quella di non rientrare nell’etica eteronormata e patriarcale.
In realtà non c’è alcuna  ostentazione: si tratta di una visibilità ineludibile che deriva dal proprio manifestarsi al mondo. Se le persone lgbt+ ostentano lo fanno anche le persone etero solo che loro non se ne rendono conto oppure, pensano che ostentare sia permesso solamente a loro.

Platinette, come ogni persona anziana, rimpiange lo status quo della propria gioventù. Quando si sapeva ma non si vedeva, meglio, non si doveva vedere.
Perché vedere due uomini che si baciano può dare fastidio a qualcuno. Un uomo e una donna no.

Essendo ogni orientamento sessuale una variante del comportamento umano, perché si dovrebbe ostentare solamente l’eterosessualità, come se fosse la sola naturale?

Qual è mai  il danno che l’eterosessualità riceve dall’ostentazione lgbti+?

Non ne viene limitata la libertà, perché quell’ostentazione non ne impedisce l’altra, ne lederebbe solamente il primato: l’ostentazione lgbti+ indica che, all’etica che intende la donna subalterna all’uomo in nome di una presunta complementarietà scritta nella biologia, esiste un altro modello interpretativo più libero costituito da persone, uomini e donne e oltre, che sono comunque alla pari, senza subalternità alcuna.

Due uomini che si baciano non fanno schifo, preoccupano per una libertà che agli occhi di chi si disgusta è preclusa.

Un’etica che impone a certi esseri umani di nascondersi e di alienarsi è un’etica sbagliata, perché discrimina  e crea asimmetrie,  che non rispetta i fondamentali diritti dell’essere umano e va dunque rottamata.

Chi pretende di anteporre un’etica che discrimina, separa, rende inferiori una parte della popolazione (poco importa se di minoranza) va contro il benessere degli individui (di tutti gli individui perché i diritti o sono di tutte le persone o non ne sono di nessuna), come ci ricorda lo Stato etico di mussoliniana memoria.

A 50 anni dai moti di Stonewall, il Pride, soprattutto in Italia, mostra ancora tutta  la sua importanza. Ora più che mai.

A proposito della Chiesa Cattolica e del World Congress of Families

L’avvocata della Sacra Rota Michela Nacca spiega l’assenza delle  autorità ecclesiastiche cattoliche al World Congress of Families, il conclave cattolico integralista che si riunisce a Verona dal 29 al 31 marzo,  con il fatto che a guidare il congresso è un movimento che sembra avere molti punti in comune con la destra fascista (…)  il cui fulcro è tornare indietro rispetto ai diritti delle donne e, pertanto, la presenza delle autorità ecclesiastiche cattoliche risulterebbe incoerente.

Lo sarebbe davvero?
A considerare, per esempio, la posizione della Chiesa contro l’aborto (la stessa del  WCF) che, nelle parole del Papa, è come affittare un sicario per risolvere un problema non si direbbe proprio.
Oltre al paragone diffamante dell’aborto all’omicidio  (essendo l’omicidio il sopprimere un individuo, cosa che un embrione non è), aborto che, lo ricordiamo, è una legge dello Stato, queste parole non fanno tornare indietro rispetto ai diritti delle donne proprio come l’avvocata dice del congresso, equiparando all’omicidio uno strumento che le donne hanno per non subire più la gravidanza ma scegliere liberamente se portarla a termine o meno?

Ancora, l’idea della complementarietà dei sessi che per Papa Francesco è un valore (altra opinione condivisa con  il WCF)  non è forse una delle cause della discriminazione  di genere?
Dire che uomini e donne si completano a vicenda significa affermare  che ciò che fanno gli uni non fanno le altre, cosa ormai smentita a più riprese dalla realtà fattuale della nostra società nella quale “i ruoli maschili” e “i ruoli femminili” non sono più così polarizzati come una volta. Le (presunte) differenze biologiche non c’entrano nulla con le differenze sociali, quelle dipendono dalla cultura (in senso antropologico) non dalla biologia.

Considerando  anche le note posizioni del Catechismo della Chiesa cattolica sulle persone omosessuali (la cui condizione è considerata un disordine morale che le obbliga a una castità totale tutt’al più sostenuta dalla cura disinteressata di un amico) o su  come la Chiesa cattolica rimetta nelle mani di chi governa il numero di persone migranti da accettare nei patri confini, l’incoerenza come motivo per spiegare l’assenza delle autorità ecclesiastiche cattoliche al WCF di Verona ci pare un mero espediente retorico.

La Chiesa non presenzia al WCF perché, avendo una posizione ufficiale più defilata e ipocrita (si accettano le persone omosessuali ma l’omosessualità in sé è un grave disordine morale), non vuole smascherare l’agenda politica che le sue posizioni etiche diffondono e propagandano, violando i diritti umani con la pretesa di essere garanti della spiritualità e del sentimento fede.

Mahmood, il coming out e l’integrazione

È più importante trovare il senso della vita o vivere la vita stessa?
Ovvero, è più importante fare coming out o semplicemente vivere la propria omo-bi-transessualità?
Non è una domanda scontata.

Se per coming out si intende dire al mondo, di punto in bianco, il proprio orientamento sessuale e/o la propria identità di genere, allora non rientrerebbero nel coming out il fatto di fidanzarsi con naturalezza e tranquillità con persone del proprio sesso o del proprio genere, né performare con la stessa naturalezza e tranquillità un genere che non è quello socialmente imposto.

Inteso nel suo senso più restrittivo e letterale il coming out, come atto del dire non costituisce necessariamente una tappa obbligatoria per vivere ciò che si è e per dare messaggi positivi.
Non fare coming out non vuol dire nascondersi ma saltare la tappa del dirsi per viversi direttamente come si è.

Allora chi afferma, per esempio, che  Mahmood, vincitore di Sanremo 2019, si sarebbe allontanato dalla comunità LGBT+, perché ha detto che il coming out è un passo indietro, compie una semplificazione dogmatica ed erronea.

Mahmood ha dichiarato in varie interviste che, per la sua generazione, non c’è differenza se ci si fidanza con una persona dello stesso o dell’altro sesso  mentre l‘idea stessa del coming out è un passo indietro, perché presuppone il bisogno di dividerci tra etero e omosessuali‎ che di certo non significa che bisogna nascondersi.

Effettivamente in una società inclusiva non dovrebbe esserci bisogno di dire il proprio orientamento sessuale e/o la propria identità di genere, basterebbe viverli.

Può darsi che Mahmood sia troppo ottimista nel lasciar intendere che abbiamo già superato il tempo del coming out, può darsi anche che  non voglia  essere percepito  come un outsider, visto che gli sta stretto il simbolo dell’integrazione che gli è stato attribuito  in un’altra intervista però ha ragione nel pensare che una società  rispetta davvero i diritti umani solamente quando non distingue differenze.
Mentre  se c’è ancora bisogno di doverlo dire invece di semplicemente  essere, è una  società davvero ancora molto arretrata.

Il coming out, pur se importante, da solo rimane insufficiente.

2019 anno zero della terza repubblica e del movimento lgbti. Serve sapere di non sapere.

E’ da 2013 che si parla di nascita della terza Repubblica,

dopo le elezioni in cui entrò per la prima volta in Parlamento il M5S. In realtà è stata solo una fase di transizione, il crepuscolo di una ciclo politico, il patto del Nazareno, il declino di Berlusconi e del suo epigono di centrosinistra, Renzi, con un maldestro tentativo di riformare la Costituzione e un continuo fuggire dalla parola “sinistra”. La vera terza Repubblica è invece nata proprio in questo 2018 che ci sta lasciando: la destra pseudoliberale e postdemocristiana del patron di Mediaset e il campo progressista trasformato in mediocre liberismo compassionevole, che avevano in diverse forme dominato la scena dopo Tangentopoli, sono stati spazzati via dalle nuove forze del popolo, Lega ed M5S. Non uso il termine populiste perché contiene già un giudizio.

La saldatura tra popolo e Governo

Il fatto che qui è importante riconoscere, volenti o nolenti, è l’empatia che si è creata tra queste due forze e gli strati più profondi della popolazione. Così, con il governo Conte, è davvero iniziata una nuova stagione. La politica più reazionaria e più carica di odio xenofobico, capace di passare dalle parole alla chiusura dei porti, dai proclami, al decreto (in)sicurezza che butta per strada persone stracciando i permessi umanitari. La politica più nutrita di slogan e proclami che si ricordi, che tuttavia da ancora l’impressione di poter affrontare con successo i temi del lavoro e della povertà, nonostante una manovra che ha sparso risorse qua e là e che non contiene elementi concreti per ridurre le disuguaglianze e far ripartire l’ascensore sociale (vedi i tagli all’Università e alla Scuola).

In sostanza, al governo abbiamo una forza vagamente riconducibile alla destra sociale, che usa metodi completamente nuovi e governa astutamente grazie alla paura del diverso, insieme a chi si improvvisa a difensore del popolo senza averne né le capacità né le competenze. Le uniche competenze delle due forze di governo stanno nell’aver costruito una strategia e una macchina comunicativa in grado di sbaragliare qualunque concorrenza. Se Berlusconi e Renzi avevano posto la comunicazione prima della politica, Salvini e Di Maio la politica non la fanno proprio, sono essi stessi “comunicazione” (vedi social e dirette facebook) sono essi stessi la persona qualunque (vedi la nutella a Santo Stefano) o Di Battista che difende l’azienda di famiglia. Sono essi stessi macchina di consenso che rischia di diventare fine a se stesso. La politica la lasciano ai poveri tecnici che devono mediare tra il contratto di Governo e la realtà.

Urlando in Europa senza soluzioni

Giusto ingaggiare una trattativa con Bruxelles, anche perché è vero che i vincoli di Maastricht non funzionano ed è la stessa Francia a sforare (più di noi) il rapporto deficit/Pil. Per quale genere di misure però, per fare l’ennesimo condono senza toccare il cuneo fiscale sul lavoro? Senza contare il pressappochismo di chi dice “l’Europa deve farsi carico del problema migranti” per poi schierarsi con il blocco Visegrad, ovvero quei Paesi che migranti non ne vogliono nemmeno a pregarli.

Ciò che rende quest’anno ancora più particolare è che dalla nascita del Governo ad oggi le forze che hanno sbaragliato i partiti precedenti si sono persino rafforzate, in particolare la Lega, che ha raddoppiato i propri consensi superando nei sondaggi il 32%, mentre il M5S arretra al 25% ma si mantiene stabile ormai da alcuni mesi. Il punto vero è che la sinistra, che sia radicale, socialdemocratica, progressista, è completamente fuori gioco. I temi della sinistra, il sentimento di attaccamento al partito che dovrebbe difenderti dall’abuso del potere e delle elite, sono stati completamente assorbiti da M5S e Lega.

L’errore più grave del 2018?

Non me ne vogliano in molti e in molte, ma credo che prossimamente il PD si pentirà sempre di più di non aver provato a governare con il M5S, specie dopo aver visto i numeri che verranno fuori dalle prossime elezioni europee.

E’ bene cominciare il nuovo anno, sapendo di non sapere, come ci ha insegnato il buon Socrate.

E’ questo vale tanto per le forze progressiste quanto per il nostro microcosmo lgbti. Il campo progressista non ha saputo affrontare le nuove sfide sul piano economico dalla crisi del 2011 in poi, da quando Bersani non ebbe il coraggio di andare al voto spianando la strada al Governo Monti, sostenuto anche dal PD. La Lega ha la capacità di focalizzare al meglio le criticità del sistema Europa, mentre il M5S riesce a parlare a chi non ha nulla. Il problema è passare alle soluzioni.  Quindi, prima cosa che bisogna sapere di non sapere (almeno abbastanza) e che non abbiamo ancora un’alternativa forte di Europa da contrapporre a queste forze, che non può essere solo il mantra del più Europa.

Seconda cosa da sapere di non sapere è che non abbiamo strutture, metodi e strategie paragonabili a quelle delle forze di governo. La vecchia forma del partito è in crisi (vedi il PD), Salvini e Di Maio governano con due comitati elettorali permanenti, le esperienze a sinistra del PD sono purtroppo pura testimoninanza (e meno male che tuttavia ci sono).

Il fronte Lgbti che non c’è

Questa situazione è abbastanza speculare alle associazioni lgbti: dopo l’ultima grande manifestazione in piazza del popolo del 2016 (purtroppo quella piazza oggi se la prende Salvini), ci si è persi tra faide interne, zero politica, zero innovazione sul piano organizzativo e manageriale, totale chiusura autoreferenziale. Gli unici risultati sono arrivati dalla magistratura. Se in Europa l’universo lgbti segue l’esempio del no-profit strutturato e delle grandi ONG, capace di integrare volontariato e professionalità, in Italia le associazioni lgbti sono lontane anni luce da questa impostazione, tranne pochi e sparuti tentativi e tolte alcune esperienze sul territorio.

A questo si aggiunge che non è stata ancora prodotta alcuna vera strategia contro la maggioranza, tranne pochi sit in piazza, e si è invece riusciti ad attaccare politicamente l’unica figura in grado di essere interlocutrice nel Governo, il sottosegretario Spadafora.

Sapere di non riuscire a fare politica quindi, in questo caso di distinguere tra Governo e Istituzioni, cioè pretendere quel poco che può essere fatto per la comunità in termini di welfare e risorse e scendere il giorno dopo in piazza per rigettare gli scempi del Governo sui diritti civili.

Servono argomenti nuovi

Infine, sapere di non sapere come entrare in sintonia con la popolazione. Senza un’alternativa forte e coerente, senza la capacità di unire diritti sociali e civili in un’unica proposta, senza una pratica di intersezionalità concreta, purtroppo i nostri temi rischiano di non essere più avvertiti come fondamentali e persino denunciare l’ovvio, come l’evidente tendenza autoritaria e a tratti fascista delle forze di governo, rischia di ricordare la famosa storia di chi gridava sempre “al lupo al lupo”. Dall’alta parte, invece, il fronte conservatore è organizzatissimo, scende in piazza e sta al tempo stesso in ogni angolo e tavolo istituzionale, rivendicando risultati anche quando non li ottiene.

Sapere di non sapere, diventa in conclusione un buon augurio di sana autocritica che per quanto possa risultare irritante, è probabilmente la cosa che più ci serve per il prossimo anno.

 

Giornata mondiale di lotta contro l’Aids 2018

Secondo i dati forniti dall’Istituto Superiore della Sanità in Italia le persone sieropositive sono tra le 125.000 e le 130.000. Tra queste tra le 12.000 e le 18.000 non hanno ancora scoperto la propria sieropositività. 

Questo dato viene sottolineato dallo slogan Conosci il tuo stato scelto per il World Aids Day 2018 (1 dicembre), un chiaro richiamo alla necessità di effettuare il test.
In occasione della Giornata mondiale di lotta contro l’Aids  il portale dell’Istituto Superiore della Sanità EpiCentro continua la collaborazione con l’Ufficio di informazione Onu per l’Italia attraverso un testo e due videomessaggi:
Barbara Suligoi (Iss) fa il punto sull’epidemiologia di Hiv e Aids e Anna Maria Luzi (Iss) illustra le attività del Telefono verde Aids e Ist e del sito “Uniti contro l’Aids”

Il Telefono Verde Aids e Ist – 800-861061 dell’Uo Rcf dell’Iss anonimo e gratuito, disponibile in italiano e inglese, anche via Skype (nome utente: uniticontrolaids) e per le sole persone sorde anche via mail (tvalis@iss.it) sarà attivo dalle ore 10.00 alle ore 18.00.

E’ di questi giorni la pubblicazione dell’aggiornamento dei dati sulle nuove diagnosi da Hiv pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità.

Ricordiamo che in Italia la sorveglianza sulle nuove diagnosi di infezione da HIV istituita con Decreto Ministeriale nel 2008 ha raggiunto la copertura nazionale nel 2012.

Secondo i dati forniti dall’ISS (aggiornati al 31 maggio 2018),  nel 2017 i casi di nuove diagnosi di HIV sono 3.443. Questo numero potrebbe aumentare in futuro a causa del ritardo di notifica

L’ incidenza (casi/popolazione) è di 5,7 nuovi casi ogni 100.000 residenti, molto vicina all’incidenza media dell’Unione Europea che è di 5,8 nuovi casi per 100.000 abitanti. 

La maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da HIV è attribuibile a rapporti sessuali non protetti, che costituiscono l’84,3% dei casi

La trasmissione del virus è avvenuta  tramite rapporti eterosessuali nel 45,8% dei casi (24,9% maschi e 20,9% femmine) e tramite rapporti tra maschi (MSM) nel 38%

Il  76,2% delle nuove diagnosi dunque riguardano maschi.

Tra i maschi, la maggior parte delle nuove diagnosi HIV è in MSM(maschi che fanno sesso con maschi) mentre rimane costante il numero di donne con nuova diagnosi di HIV.

Come si vede questi dati riportano non già l’orientamento sessuale delle persone sieropositive ma il o la partner tramite cui si è contratto il virus.

L’età mediana è di 39 anni per i maschi e di 34 anni per le femmine.
L’incidenza più alta è stata osservata tra le persone di età compresa tra i 25 e i 29 anni (15,9 nuovi casi ogni 100.000 residenti di età 25-29 anni).
In questa fascia di età l’incidenza nei maschi è 22,8 e nelle femmine 8,8 per 100.000. In questa fascia di età l’incidenza non è cambiata nel tempo.

Purtroppo rimane immutato anche il numero altissimo, il 73,9%, di persone cui è stata diagnosticata l’infezione da HIV in AIDS conclamato (cioè all’insorgere dei sintomi dell’aids, dunque parecchio tempo dopo aver contratto il virus).

Persone cioè che pur avendo il virus da molto tempo non sapevano di averlo.

Dall’inizio dell’epidemia (1982) a oggi sono stati segnalati 69.734 casi di AIDS, di cui 44.814 deceduti fino al 2015.

Nel 2017 sono stati diagnosticati 690 nuovi casi di AIDSpari a un’incidenza di 1,1 nuovi casi per 100.000 residenti.

L’incidenza di AIDS è in lieve costante diminuzione negli ultimi quattro anni.

Se tra il 2012 e il 2015 il numero totale di casi di diagnosi di nuove infezioni è diminuita, dal 2015 a oggi il numero si è stabilizzato in tutte le modalità di trasmissione

Come interpretare questi dati?
Nessuna nuova buona nuova?
Non proprio.

Il numero dei nuovi casi dovrebbe diminuire  come succede nel resto d’Europa (secondo i dati dell’ufficio regionale Europe dell’Organizzazione mondiale della sanità (del 2017) e non rimanere stabile.

L’andamento delle nuove diagnosi di HIV nell’Unione Europea e nei paesi della Regione Europea secondo l’OMS

Che il numero costante di nuove diagnosi (l’83% delle quali per via sessuale non protetta) rimanga pressoché invariato negli ultimi 4 anni significa anche che lo Stato Italiano non riesce a fare una campagna di prevenzione efficace che rimane, insieme ai test e all’uso dei profilattico per ogni rapporto sessuale, il principale strumento di contrasto all’HIV.

L’ultima campagna del Ministero della salute, dello scorso anno (2017) che ha come testimonial Dario Vergassola e Giulia Michelini giocava su una morigeratezza dell’uso del profilattico (come dire pochi partner sessuali per abbassare il rischio) rientra ancora nell’alveo dello Stato etico che ti dice quanto sesso devi fare. Una campagna inaccettabile perché se anche voglio fare sesso con una caserma (di uomini o di donne poco importa) l’importante è usare il profilattico SEMPRE.

Questa campagna morigerata segue di CINQUE anni la campagna precedente (del 2012) ancora più ingessata dell’altra, che vedeva Raoul Bova come testimonial.

Molto più efficace il video di Barbara Suligoi…