Giornata della visibilità lesbica

Il 26 Aprile è la Giornata della visibilità lesbica, giornata importante per la visibilità e per ricordare il fatto che il lesbismo ha avuto una storia differente rispetto all’omosessualità maschile e ha anche una differente carica simbolica.

A cominciare dalla parola Lesbica, così poco pronunciata – Edda Billi dice che già alla seconda  sillaba ti rimane in bocca e non riesci a finirla di dire – e che spesso, ahiloro, non piace alle stesse lesbiche.

Eppure lesbica rappresenta uno di quei percorsi politici di riappropriazione di una parola nata come insulto, che è stata impiegata in senso identitario e positivo.

La visibilità lesbica ha la sua importanza perché le lesbiche, come tutte le altre donne, nell’eterosistema patriarcale (e anche in certo immaginario erotico) sono viste in funzione degli uomini.

D’altronde, come cosa di donne, il lesbismo è sempre stato poco considerato dal patriarcato, scarsamente considerato a livello filosofico e culturale, come nel caso dell’Antica Grecia (dove si dava esclusiva importanza simbolica ai rapporti omosessuali maschili, in prevalenza pederastici) o era oggetto di scherno, come si vede in Giovenale e in altri esempi nell’Impero Romano (dove anche l’omosessualità maschile doveva seguire determinate regole).

Persino nei campi di concentramento nazisti le lesbiche non vengono annoverate tra le persone omosessuali (per cui i triangoli rosa vanno esclusivamente agli uomini), ma come persone asociali, cui vanno i triangoli neri, perché per il nazismo mentre un maschio omosessuale era traditore della patria e della maschilità una donna, anche se lesbica, poteva sempre rimanere incinta e quindi dare figli alla patria…

E ancora oggi se due ragazzi  vanno al bagno insieme danno più nell’occhio che se lo fanno due ragazze…

Per questo l’importanza della visibilità lesbica va oltre l’orientamento sessuale della singola donna, per abbracciare una sororanza nella quale le donne si riconoscono come donne grazie al rapporto con altre donne e non più in funzione o ad uso del maschio. Edda Billi usa, in questo senso, il termine lesbicità. 

La visibilità è il sancire l’esistenza, è sottolineare la dignità d’essere di qualcosa che è più facilmente oppressa se rimane nascosta.
Le femministe lesbiche, dicendo che il personale è politico a chi relegava l’essere lesbica all’ambito prettamente privato, hanno sancito l’importanza della visibilità non solo femminile ma lesbica, smontando l’idea della donna funzionale all’uomo, sottraendo il termine lesbica dall’accezione negativa a cui era relegato.

Bisogna anche ricordare sempre che l’accusa di ostentazione, con cui si vuole ridimensionare il portato politico della visibilità omosessuale, femminile quanto maschile, è negli occhi di chi guarda, di chi considera ostentazione, per esempio, anche solo un bacio dato in pubblico tra due ragazze e non quello tra un ragazzo e una ragazza. Se il primo dà più nell’occhio del secondo è proprio perché lo si vede di meno ed ecco che la visibilità si fa strumento di autoemancipazione e di liberazione per chiunque voglia sottrarsi all’eterosessismo.

Giornata mondiale di lotta contro l’Aids 2018

Secondo i dati forniti dall’Istituto Superiore della Sanità in Italia le persone sieropositive sono tra le 125.000 e le 130.000. Tra queste tra le 12.000 e le 18.000 non hanno ancora scoperto la propria sieropositività. 

Questo dato viene sottolineato dallo slogan Conosci il tuo stato scelto per il World Aids Day 2018 (1 dicembre), un chiaro richiamo alla necessità di effettuare il test.
In occasione della Giornata mondiale di lotta contro l’Aids  il portale dell’Istituto Superiore della Sanità EpiCentro continua la collaborazione con l’Ufficio di informazione Onu per l’Italia attraverso un testo e due videomessaggi:
Barbara Suligoi (Iss) fa il punto sull’epidemiologia di Hiv e Aids e Anna Maria Luzi (Iss) illustra le attività del Telefono verde Aids e Ist e del sito “Uniti contro l’Aids”

Il Telefono Verde Aids e Ist – 800-861061 dell’Uo Rcf dell’Iss anonimo e gratuito, disponibile in italiano e inglese, anche via Skype (nome utente: uniticontrolaids) e per le sole persone sorde anche via mail (tvalis@iss.it) sarà attivo dalle ore 10.00 alle ore 18.00.

E’ di questi giorni la pubblicazione dell’aggiornamento dei dati sulle nuove diagnosi da Hiv pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità.

Ricordiamo che in Italia la sorveglianza sulle nuove diagnosi di infezione da HIV istituita con Decreto Ministeriale nel 2008 ha raggiunto la copertura nazionale nel 2012.

Secondo i dati forniti dall’ISS (aggiornati al 31 maggio 2018),  nel 2017 i casi di nuove diagnosi di HIV sono 3.443. Questo numero potrebbe aumentare in futuro a causa del ritardo di notifica

L’ incidenza (casi/popolazione) è di 5,7 nuovi casi ogni 100.000 residenti, molto vicina all’incidenza media dell’Unione Europea che è di 5,8 nuovi casi per 100.000 abitanti. 

La maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da HIV è attribuibile a rapporti sessuali non protetti, che costituiscono l’84,3% dei casi

La trasmissione del virus è avvenuta  tramite rapporti eterosessuali nel 45,8% dei casi (24,9% maschi e 20,9% femmine) e tramite rapporti tra maschi (MSM) nel 38%

Il  76,2% delle nuove diagnosi dunque riguardano maschi.

Tra i maschi, la maggior parte delle nuove diagnosi HIV è in MSM(maschi che fanno sesso con maschi) mentre rimane costante il numero di donne con nuova diagnosi di HIV.

Come si vede questi dati riportano non già l’orientamento sessuale delle persone sieropositive ma il o la partner tramite cui si è contratto il virus.

L’età mediana è di 39 anni per i maschi e di 34 anni per le femmine.
L’incidenza più alta è stata osservata tra le persone di età compresa tra i 25 e i 29 anni (15,9 nuovi casi ogni 100.000 residenti di età 25-29 anni).
In questa fascia di età l’incidenza nei maschi è 22,8 e nelle femmine 8,8 per 100.000. In questa fascia di età l’incidenza non è cambiata nel tempo.

Purtroppo rimane immutato anche il numero altissimo, il 73,9%, di persone cui è stata diagnosticata l’infezione da HIV in AIDS conclamato (cioè all’insorgere dei sintomi dell’aids, dunque parecchio tempo dopo aver contratto il virus).

Persone cioè che pur avendo il virus da molto tempo non sapevano di averlo.

Dall’inizio dell’epidemia (1982) a oggi sono stati segnalati 69.734 casi di AIDS, di cui 44.814 deceduti fino al 2015.

Nel 2017 sono stati diagnosticati 690 nuovi casi di AIDSpari a un’incidenza di 1,1 nuovi casi per 100.000 residenti.

L’incidenza di AIDS è in lieve costante diminuzione negli ultimi quattro anni.

Se tra il 2012 e il 2015 il numero totale di casi di diagnosi di nuove infezioni è diminuita, dal 2015 a oggi il numero si è stabilizzato in tutte le modalità di trasmissione

Come interpretare questi dati?
Nessuna nuova buona nuova?
Non proprio.

Il numero dei nuovi casi dovrebbe diminuire  come succede nel resto d’Europa (secondo i dati dell’ufficio regionale Europe dell’Organizzazione mondiale della sanità (del 2017) e non rimanere stabile.

L’andamento delle nuove diagnosi di HIV nell’Unione Europea e nei paesi della Regione Europea secondo l’OMS

Che il numero costante di nuove diagnosi (l’83% delle quali per via sessuale non protetta) rimanga pressoché invariato negli ultimi 4 anni significa anche che lo Stato Italiano non riesce a fare una campagna di prevenzione efficace che rimane, insieme ai test e all’uso dei profilattico per ogni rapporto sessuale, il principale strumento di contrasto all’HIV.

L’ultima campagna del Ministero della salute, dello scorso anno (2017) che ha come testimonial Dario Vergassola e Giulia Michelini giocava su una morigeratezza dell’uso del profilattico (come dire pochi partner sessuali per abbassare il rischio) rientra ancora nell’alveo dello Stato etico che ti dice quanto sesso devi fare. Una campagna inaccettabile perché se anche voglio fare sesso con una caserma (di uomini o di donne poco importa) l’importante è usare il profilattico SEMPRE.

Questa campagna morigerata segue di CINQUE anni la campagna precedente (del 2012) ancora più ingessata dell’altra, che vedeva Raoul Bova come testimonial.

Molto più efficace il video di Barbara Suligoi…

La Sapienza di Roma adotta il doppio libretto per le persone trans

di Riccardo Russo*

Ieri, nel  tardo pomeriggio, il Senato Accademico della più grande Università d’Europa, La Sapienza di Roma, ha approvato finalmente la carriera alias (doppio libretto) per le persone trans.

Una decisione sollecitata e sostenuta dalla lista di rappresentanza studentesca Link Sapienza e da Prisma – Collettivo LGBTQIA+.

Quando si parla di carriera alias, si intende sostanzialmente la possibilità  di intraprendere una seconda immatricolazione e relativa  “carriera accademica” che si muove in parallelo a quella con i dati anagrafici di nascita tenendo conto del nome e del genere di elezione, scelti dalla persona.
Avviando una carriera alias, dunque, tutte le procedure accademiche (iscrizione all’esame e badge universitario, in particolare) sono espletate anche con i dati anagrafici scelti.
Al momento della laurea, le due carriere si riuniscono; quella che avrà valore legale sarà la carriera che rispecchia i dati anagrafici ufficiali.
La carriera alias non ha infatti validità al di fuori dell’Università, ma è comunque uno strumento che permette  di vivere serenamente, quantomeno all’interno delle mura accademiche, la propria esistenza venendo riconosciuta col nome e il sesso di elezione e non solamente con quelli di nascita.

L’iter per l’approvazione è stato lungo: inizialmente, l’Amministrazione dell’Università voleva dare questa possibilità solamente a chi avesse già intrapreso il percorso di transizione verso l’altro sesso.

In tal modo, però, si sarebbero escluse quelle persone che non avevano avuto intenzione di iniziare questo percorso, per i motivi i più diversi (economici, familiari o  anche solo per un proprio equilibrio fisico o decisione personale).
È stato dunque ottenuto che chiunque possa richiedere l’attivazione della carriera alias, senza l’obbligo di alcuna transizione.

La proposta iniziale del Collettivo LGBTQIA+ prevedeva una semplice autocertificazione, fornita dalla persona all’Università.

Il motivo è presto detto: la stessa OMS ha finalmente eliminato la transessualità dall’elenco delle patologie psichiatriche, lanciando un messaggio chiaro alle istituzioni:  non è necessario diagnosticare nulla, da nessun punto di vista, per garantire l’accesso ad un eventuale percorso di transizione.
Su questo punto, è stata ottenuta la possibilità di certificazione da parte di un generico “ente competente”, che ora si tenterà di individuare anche internamente all’Ateneo per garantire un percorso il meno invasivo possibile e fuori dalla logica “diagnostica”.

In questi anni, moltissime persone trans hanno abbandonato gli studi o si sono sentite escluse dall’ambiente accademico perché non era riconosciuta la loro identità.

Questa è dunque una prima vittoria per l’accesso al diritto allo studio per tutte e tutti.

*membro di Prisma – Collettivo LGBTQIA+ Università La Sapienza

Addio a La Karl du Pignè al secolo Andrea Berardicurti

La prima volta che ho parlato con La Karl du Pignè fu per dirle che era stupenda.
Lei mi guardò dall’alto dei suoi tacchi a spillo e mi rispose, precisa e tagliente come sempre, tesoro stupenda ci sarai tu io sono favolosa.

In questa iperbole meravigliosa La Karl, al secolo Andrea Berardicurti, attestava un’estetica artistica da Drag Queen, un modo, camp, di stare sulla scena e nel mondo.
Anche  questa sua iperbole, come  le  esagerazioni del femminino che performava sulla scena, non sono però mai state fine a se stesse, non sono mai state recitate per il gusto di farlo, per la loro superficie glamour.
Sono sempre state al contrario strumento di un pensiero critico, lucido, autoironico e sottile come un bisturi, come quando, sulle pagine elettroniche di gaiaitalia.com a proposito del travestitismo scrisse delle righe illuminanti che io e Rosario Coco abbiamo ripreso nel nostro stylebook:

Sarà un po’ perché erano gli anni Settanta (io me li ricordo, ahimé da una parte e menomale dall’altra) con le occupazioni nelle scuole, le riunioni dei collettivi, il femminismo e ricordo che quando ascoltavo le mie amiche parlare di corpo, di desiderio, di sessualità libera, di autodeterminazione, come una sciocchina pensavo che erano tutte cose che volevo anche io e quindi per un po’ di tempo ho vissuto con l’idea di essere una donna nata in un corpo non suo, troppo vicini erano quegli ideali ai miei. Ma ero piccolina e con il tempo ho capito che per condividere quelle robe lì e poi rielaborarle non serviva essere donna.

Il Manganello del La Karl du Pigné: “C’era una volta Stonewall e forse c’è ancora” gaiaitalia.com 25 maggio 2014.

Da quella battuta favolosa sono trascorsi tanti anni, anni di militanza, di incontri nei corridoi del Circolo Mario Mieli, di marce nelle manifestazioni, tante, di protesta e sostegno, per una comunità vituperata e discriminata, tra sorrisi e ammiccamenti perché riconoscevamo l’uno nell’altra la stessa urgenza di esserci, di dire la nostra, di lottare.

La sua scomparsa improvvisa ci turba, perché un amico è venuto a mancare ma anche perché ci ricorda che prima o poi tocca a tutte, anche a noi che ci crediamo immortali e immortali non siamo.

Quel favolosa, che ribadiva un modo di vedere ed essere il mondo, sarà sempre un insegnamento presente nella mia vita anche, se non soprattutto, adesso che Andrea non c’è più.

Chissà come avrebbe commentato lei…

Karl, Andrea, capisci quanto ci manchi?

La Karl du Pignè al secolo Andrea Berardicurti  durante il fotoshooting della campagna del Roma Pride di quest’anno.

Lettera al Sindaco di Firenze Dario Nardella nel giorno del Toscana Pride

toscanapride-social

Oggi, in occasione del Toscana Pride – Parata dell’orgoglio lgbt a Firenze,  abbiamo consegnato al Sindaco Dario Nardella una lettera di protesta riguardo le motivazioni (sic!) che lo hanno portato a rifiutare il patrocinio el Comune al Pride.

Eccone il testo:

Al primo cittadino di Firenze Dario Nardella,

Siamo un gruppo romano di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgeder, intersex ed etero impegnate  nell’informazione sulle tematiche LGBTI e nella diffusione di servizi utili tanto per il benessere quanto per la salute sessuale dell’individuo.

Le scriviamo in merito alle motivazioni da Lei addotte per negare il patrocinio al Toscana Pride, presentato quale evento politico “che divide”.

Il “Toscana Pride”, come ogni altro Pride in Italia e nel resto del mondo, è un momento di commemorazione dei movimenti di lotta che nel 1969 videro per la prima volta le persone LGBTI combattere per i diritti negati: gli stessi diritti umani di ogni altro cittadino e cittadina.

I diritti umani non hanno colore politico ma sono universali come ribadito nel Manifesto del Toscana Pride e come riconosciuto dalla Dichiarazione dei diritti umani che anche l’Italia ha firmato,  come sanno bene le centinaia di Istituzioni, italiane e internazionali, che hanno patrocinato i Pride del Paese. Anche a Roma – dopo quelli delle ambasciate statunitense, francese, canadese e tedesca – il nostro comune commissariato si è sentito in dovere di dare il patrocinio.

Le ricordiamo che secondo la Disciplinare delle attività di rappresentanza istituzionale del sindaco e della giunta del comune di Firenze “Il patrocinio può essere concesso dal Sindaco a quelle iniziative e manifestazioni che coinvolgano parte o tutto il territorio comunale o abbiano una rilevante ricaduta per il territorio e la comunità cittadina e che presentino almeno uno dei seguenti requisiti:

  1. Siano pertinenti ai settori di attività di competenza dell’Ente;
  2. Siano corrispondenti alle esigenze di particolare valore sociale, morale, culturale, celebrativo, educativo, sportivo, ambientale ed economico che il Comune di Firenze rappresenta” (art. 2, c. 2)”.

Il Toscana Pride, come ogni marcia dell’orgoglio, è una manifestazione che risponde oggettivamente a pieno titolo a questi requisiti, riteniamo dunque che la Sua motivazione contraria non sussista, a meno che non esprima – quella sì – un punto di vista politico che Lei, in quanto Primo Cittadino, non può permettersi perché rappresenta l’intera cittadinanza e non solo quella parte di elettorato che l’ha votata.

Ci appare inaccettabile anche la dichiarazione del Capogruppo PD Angelo Bassi il quale, nel sostenere  la Sua decisione, è arrivato a presentare il Pride come un evento divisivo affermando  “Quanto al Gonfalone le nostre idee sono chiare: sfila nei cortei se ci sono temi che uniscono” come se l’uguaglianza e la parità dei diritti fossero mere opinioni e dunque soggette all’agone politico, e non  principi universali e imprescindibili.

Pur apprezzando il gesto di avere esposto la bandiera arcobaleno sulla facciata di Palazzo Vecchio per ricordare le vittime della strage di Orlando riteniamo che sia ipocrita esprimere vicinanza ai morti e alle morte di quella strage mentre non si reputa opportuno sostenere le iniziative per i diritti di chi è in vita.

Veniamo a consegnarle con questa lettera tutto il nostro sdegno per una decisione arbitraria e omofoba.
Anddos-Gaynet Roma