Oggi a OPEN si parla di Pride!

Per il prossimo OPEN l’evento quindicinale di Anddos-Gaynet Roma, nel quale la nostra associazione si apre alla città per conoscerci e incontrarci, tra un aperitivo e due chiacchiere informali, dedichiamo uno speciale sul prossimo Pride dal titolo

Pride: guida per l’uso?

E’ vero che il pride è una pagliacciata? Perchè molte perosne lgbt non ci vanno? Non è meglio una manifestazione più sobria?
Vieni a parlarne con noi!
Ci vediamo Sabato 14 Maggio dalle 17 alle 19 in Via Costantino 82 (Metro B, Basilica San Paolo)
L’ingresso è riservato ai soci e alle socie
info@anddos-gaynet-roma-org
cell. 327 3264024
http://www.facebook.com/GaynetRoma
 

LETTERA AD UNA MAMMA COME TANTE

“Sono state le lotte del femminismo del secolo scorso a costringere la società a ripensare la maternità, fino a definire madre solo quella che accetta di esserlo, trasformando in scelta individuale ciò che era un destino collettivo”.

Cara mamma,
AAAAAABBBBBti scrivo questa lettera perché voglio dirti qualcosa di importante. È difficile, come figlio, affrontare queste tematiche con te perché, da qualche parte dentro di me, sono ancora convinto che il mondo l’abbia fatto tu.
Eppure, crescendo, questo mondo mi ha messo di fronte a delle prove dure da superare, ma non ho mai sentito che il tuo sostegno stesse venendo meno. Parlo di mondo per non parlare di vita, ma forse sarebbe più corretto chiamarlo società, o persone o sistemi di pensiero: insomma, altri esseri umani come noi che ho sempre creduto essere uguali a me, specialmente per quanto riguarda il rispetto e la disponibilità reciproca.
Mio malgrado, ho scoperto invece che le persone non sempre sono aperte e amichevoli, anzi sanno essere spregevoli e ferire nell’identità e nell’intimità.

Ti scrivo per parlarti della paura, quella paura che dentro di me non fa che rendermi simile a chi, mosso da questo sentimento, non si rende conto del male che può fare.
Anche io la sento, così come percepisco quel disagio che umanamente e naturalmente nasce quando mi trovo di fronte a qualcosa di sconosciuto. Tuttavia, dentro di me ricordo anche ciò che mi hai insegnato con la tua storia e che ho imparato con l’esperienza, ovvero che la diversità non è che una fonte di arricchimento potenziale e sostanziale.

Cara mamma, mi ritrovo oggi ad affrontare qualcosa che mi spaventa: la mancanza di dialogo.
Non riesco a trovare un punto di contatto con chi la pensa diversamente da me, quando basterebbe ricordarsi che non siamo affatto così distanti gli uni dalle altre come possa sembrare.
Io vedo solo mamme, papà e figli e figlie e soprattutto vedo delle famiglie, ognuna con la sua specificità, la stessa che vuole essere negata a noi.
Come spesso mi accade, adesso che anche io inizio a muovere i primi timidi passi in questa vita, ammetto che a volte mi tremano le gambe, come quando da bambino piangevo perché dovevo separarmi da te e dalla mamma per andare a scuola.

Così ora, avverto il bisogno di guardarmi indietro, vedere il tuo volto sereno e fiducioso e sentire la solidità della mia identità, che nel nostro amore trova la sua base più salda e sicura.
Sì, perché in questo sei stata una madre eccezionale: mi hai dato un senso e soprattutto non mi hai dato per scontato. Hai lottato per me, per avermi e per far sì che chiunque vedesse chiaramente ciò che sono già incontrovertibilmente: tuo figlio.
Ti sei imposta e hai portato avanti un’esistenza che rispecchia la lotta e la vita di tante donne prima di te, le quali hanno affermato il diritto di scegliere per loro stesse una direzione che non fosse pre-impostata, cioè quella di essere solamente mogli e madri.
Qualcosa che oggi, almeno a molte persone, risulta ovvio.
Essere donna non significa essere madre, o almeno non necessariamente: tu hai scelto di esserlo, hai desiderato di esserlo, così come hai desiderato me e di questo non posso che ringraziarti.
Oggi però ti ringrazio ancora di più per avermi dato la possibilità di vedere e di capire la dignità e la forza di chi invece alza la testa e grida con orgoglio di non voler avere il tuo stesso percorso e, soprattutto, di non voler diventare mamma.
Ma cosa significa davvero essere madre?
Forse mettere al mondo un figlio con il proprio corpo di donna?
Ovviamente non posso che dissentire se penso a te, alla nostra famiglia e al momento in cui tu e la mamma decideste di concepirmi.
Generare e partorire un bambino o una bambina non conferisce automaticamente lo statuto di madre, o quanto meno di mamma.
Tu non mi hai partorito, eppure sei la mia mamma. E sai cosa c’è? Oggi voglio essere io quello che grida: voglio gridare al mondo la preziosità del tuo dono così generoso, perché è grazie a te che posso affermare la mia sicurezza ontologica.

Questa è la maternità, questo è essere mamma: accogliere tra le proprie braccia l’esistenza dell’altro da sé e riuscire a darle una direzione, riuscire a comunicare all’altro la forza dell’amore che ti ha voluto e ti vuole su questo mondo, come individuo forte e indipendente, forse prima ancora che come figlio o figlia tua.
Se “sono”, lo devo anche a te perché ho sempre sentito di essere il frutto del tuo desiderio: ed ora, eccomi qui a parlare con gli altisonanti paroloni del giovane uomo che sono diventato.

AAAAACara mamma, adesso voglio parlare anche con te, avendoti lasciata un po’ in disparte finora.
In realtà, non penso di doverti dire molto: tu mi hai dato tutto questo e altro ancora.
Mi hai insegnato che il mondo in cui viviamo è fatto di regole, di strutture e di funzioni.
Mi hai sempre detto che la concretezza è alla base della vita: mi hai trasmesso il valore e l’importanza della realizzazione personale, in quanto dispiegamento delle mie potenzialità, il significato del denaro come mezzo di sostentamento e la solidità di una professione che potesse rendermi felice e completo.
Mi hai dimostrato quanto coraggio sia necessario per alzarsi ogni giorno e rivendicare il diritto di essere madre ma anche una professionista, a quanta forza hai dovuto ricorrere quando hai deciso di mettermi al mondo insieme alla tua compagna e rischiare di perdere il tuo posto, che ti definisce in modo così determinante.

Prima non capivo tutto questo: anzi, non ti vedevo affatto diversa da qualsiasi altra mamma, perché mi hai partorito e mi hai cresciuto con cura e determinazione.
Ma evidentemente questo ancora non basta per essere trattata come tutte le altre, perché hai voluto di più: volevi essere madre e portare avanti il tuo lavoro. E ci sei riuscita.
Hai dimostrato che essere donna non ti rende diversa da un uomo qualsiasi e che, per esercitare ciò che tradizionalmente viene definito paternità, è necessario essere semplicemente una persona matura e assertiva, quale tu sei.
Care mamme, oggi vi scrivo e vi prendo per mano ancora una volta perché quelle mani mi hanno trasformato nel ragazzo che sono oggi.
Se guardo i muri delle mie pareti, vedo incorniciati i momenti meravigliosi di un’infanzia felice, che mi ha visto crescere insieme all’amore che nutrite l’una per l’altra e per me.
Grazie a voi ho sperimentato e mi porto dentro la resilienza di chi ha avuto l’affetto di due donne amorevoli e la sicurezza della loro vicinanza, la flessibilità e la dinamicità di chi non ha paura di vivere perché gli è stato insegnato quanto la vita sia bella e ricca.
Grazie a voi sono nato nel futuro e ho delle certezze che ancora socialmente mancano: mi avete dimostrato che la gravidanza non è sinonimo di maternità, così come la paternità non è legata inscindibilmente al sesso maschile, ma definisce una proprietà psicoemotiva che a voi non è mai mancata e che mi avete trasmesso.

Ma soprattutto grazie a voi ho avuto anche delle mamme come tante, che hanno vissuto apertamente le difficoltà e i problemi che l’essere genitori comporta quando ci si prende cura di un figlio, un figlio come tanti quale sono e mi vedo.
E oggi sono anche un ragazzo come tanti, legato profondamente a voi, seppur con la sua energia e la sua voglia di spiccare il volo, di bruciare le tappe e, chissà, magari farsi male: l’importante è che, con voi accanto, io non ho paura.
Care mamme, oggi vi prendo per mano e dimostro a chi non vuole vederci l’autenticità e l’umanità dei vostri sentimenti e del nostro legame. Care mamme, oggi sono qui a testimoniare che insieme siamo quel nucleo così complesso, ma anche basilare di cui tutti parlano.
Care mamme, siamo una famiglia, da sempre e per sempre.

                                                                                                  

  Christopher Pacioni

Caso Varani: specchio o fantasma di una comunità

Foffo: “ho avuto con Marco solo un rapporto orale a causa dell’alcol e della droga che avevamo assunto”.

imgLuca Varani: un nome che da giorni riecheggia in tutti i mezzi di comunicazione, dalla tv ai quotidiani online.
Un nome che risveglia sentimenti di pietà, indignazione e vergogna, ma anche rabbia, frustrazione e disorientamento. Un nome che risuona nelle coscienze di ogni individuo, che chiedono chiarezza e gridano vendetta.
Molta è la curiosità sullo svolgimento reale dei fatti, ma questo è ancora pertinenza delle indagini; al momento potrebbe essere invece più fruttuoso interrogarsi sul perché un episodio come questo, all’apparenza non troppo dissimile da altri presenti nelle cronache, abbia suscitato tanto scalpore e, soprattutto, su come sia divenuto simbolo di una lotta civile ben diversa.
Il soggetto della vicenda, un ragazzo “come tanti” e i complementi ad esso associati, alcol e droga, sono chiaramente centrali nella risposta a questi quesiti: l’elemento che sconvolge maggiormente gli animi è la natura del protagonista del dramma, ovvero il suo essere il ragazzo della porta accanto che lo rende, di volta in volta, un eventuale figlio, fratello, amico.
Eppure, la risposta non è tutta qui: ogni evento può essere interpretato non solo sul piano di realtà, ma anche su quello simbolico e affettivo, in quanto portatore degli affetti e dei sentimenti del diretto interessato ma anche dell’osservatore o dell’osservatrice.
Ridurre la caleidoscopica complessità umana solamente a carne e sangue sarebbe un errore quanto meno sciocco, tanto più che si andrebbe a trascurare un aspetto fondamentale nel determinare qualsiasi interscambio, sia esso sano o patologico, tra esseri umani, cioè la cultura all’interno della quale quell’interscambio avviene.
Basta analizzare anche superficialmente il tessuto sociale e culturale di riferimento, quello italiano medio, per comprendere non solo alcuni aspetti della vicenda in sé, ma anche gli usi che ne sono stati fatti nonché la scelta di alcune espressioni comparse negli articoli che hanno trattato il caso.
Non è possibile trascurare la base ancora profondamente omofoba e sessuofobica della società italiana per operare un’analisi davvero accurata: non stupisce l’evidente confusione, oltre che l’ingenua sovrapposizione, tra l’orientamento sessuale e l’omicidio che si sta trattando.
Non è che la vecchia questione del saggio che indica la luna e dello stolto che guarda il dito: la luna, ovvero il fatto accaduto, può essere semplicemente una psicosi indotta dall’abnorme quantità di sostanze stupefacenti di cui i due omicidi hanno abusato; il dito è l’orientamento sessuale di uno, due o tutti e tre i ragazzi, il quale può essere di qualsisi tipo e, intelligentemente, messo da parte nel guardare all’evento.
Invece no: non solo si è parlato di “festino gay”, ma anche di “comunità gay”.
Ora, cosa vuol dire “festino gay”?
img 3Una festa cui partecipano persone il cui orientamento sessuale è gay? Cosa sta a qualificare l’attributo “gay” in un’espressione simile?
Pur volendo confidare nella buona fede di chi ha scritto quegli articoli, l’aggettivo serve solamente a suggerire un accostamento pretestuoso tra l’orientamento sessuale e le caratteristiche del “festino”, quali alcol e droga.
Tale accostamento, oltre ad essere tanto limitato e limitante quanto quello con l’atto omicida, introduce ad un’altra questione complessa dal punto di vista socioculturale: quella della “comunità gay”.
Esiste una comunità gay?
Se si considera il significato linguistico del termine “comunità”, inteso come “insieme di persone unite tra di loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni”, allora si può affermare che in effetti una comunità gay esista.
Tuttavia, non dimentichiamo che una qualunque comunità è sempre epifenomeno di una comunità intesa in senso macroscopico, che può essere quella nazionale, internazionale (ad esempio quella europea) o mondiale, fino ad arrivare a quella degli uomini e delle donne nel senso più generale possibile, di cui anche la famigerata “comunità gay” condivide gli aspetti più intimi.
Siamo fatti e fatte della stessa sostanza, di aspetti più adattivi, altri meno, ed è l’intreccio specifico di geni e ambiente in cui un individuo vive a determinare la sua irripetibile unicità.
E’ la cultura cui si fa riferimento a offrire una lente attraverso la quale leggere il mondo ed è chiaro che alla base di questo magma mediatico sul caso Varani ci sia uno scontro tra culture diverse.
Ciò che è in discussione è il fronte della tolleranza, dell’uguaglianza nel rispetto delle singole diversità, della liberazione sessuale, della parità dei generi e di tutto quel panorama culturale che affonda le sue radici nella lotta al razzismo e al sessismo, oltre che nel femminismo.
Detto questo, si può dare orgogliosamente il nome che si preferisce a una cultura simile, sia anche quello di “cultura gay”.
Luca Varani si offre come specchio e, allo stesso tempo, come spettro di una società permeata da una ristrettezza di vedute e alimentata da una serie di fobie che portano al martirio mediatico di un ragazzo già morto.
Per chiudere, alcuni spunti di riflessione:
che non sia questa stessa cultura a doversi interrogare su alcuni aspetti non indifferenti di questo episodio?
Che non sia l’ignoranza dilagante quella che porta Foffo a doversi giustificare con l’alcol e la droga per un presunto legame sessuale, se non affettivo, con Prato che lo qualificherebbe socialmente come omosessuale?
Certamente, lui non conta perché è un folle omicida. Bene.
E non può essere stata questa stessa ignoranza ad aver presumibilmente portato Luca a ricercare sesso a pagamento, piuttosto che viverselo alla luce del sole e non come una merce di scambio in nero?
E come la mettiamo con la circolazione di quantità tanto ingenti di sostanze stupefacenti a fronte di denaro, oltre che con la sua associazione arbitraria al sesso libero, come se fossero corresponsabili di un omicidio?
Il sesso libero (attenzione: libero da pregiudizi, non da precauzioni) è ancora visto come qualcosa di così torbido?
Magari le coscienze dovrebbero prima di tutto rispondere a questo.
Magari.

Christopher Pacioni